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Da Figline a Vallombrosa
Data pubblicazione 04/08/2008 00:00:00
 
Da Figline si prende la statale in direzione di Firenze. Ad Incisa.V, sulla sinistra si ammira, in posizione dominante sull'Arno, che ad Incisa.V e' attraversato da un antico ponte (pero' rifatto dopo la seconda guerra mondiale), il castello trecentesco detto, dai suoi primi possessori, i Bandinelli, "Torre della Bandinella", che e' sormontato da un alto mastio (non visitabile). Da queste parti nel 1529 Lucrezia Mazzanti, per non cedere al capitano Giovanni Battista da Recanati, ufficiale dell'esercito spagnolo del Principe d'Orange, si getto' in Arno. Il triste episodio deve la sua fama all'essere stato interpretato in chiave risorgimentale dall'incisano Antonio Brucalassi nel 1838.

Torre del Castellano

Lasciato a destra il casello autostradale, si vede sempre a destra la Torre del Castellano (non visitabile), sotto la quale si passa piu' volte. Si tratta di una robusta costruzione in alberese del XIV secolo, ma restaurata nel 1952. Eretto dai conti Guidi di Poppi sul luogo di una torre di avvistamento longobarda presso l'abitato di Cetina Vecchia, il castello fu poi dei Pazzi e dei Castellani, che gli dettero il nome.

Castello di Sammezzano

Dopo la deviazione per Leccio, una strada sale in un bosco ricco di varie essenze (abeti, lecci, cedri del Libano, sequoie) al castello di Sammezzano, sorto sul luogo di un insediamento etrusco e poi di un castello in cui soggiorno' Carlo Magno nell'anno 800. Il castello, ricostruito dai Gualtierotti, passo' nel XIV secolo agli Altoviti, poi ai Medici e nel 1605 ai Panciatichi Ximenes d'Aragona. Il castello attuale e' stato costruito in ibrido stile neomoresco dai marchesi Ximenes nel 1853. All'esterno il modello principale e' il Taj Mahal, mausoleo indiano d'epoca Mogul, all'interno le sale del piano nobile, decorate da stucchi, sono ispirate all'Alhambra di Granada. Numerosi sono i simboli e motti araldici che alludono alla origine spagnola dei proprietari.

Cancelli

Scesi di nuovo sulla statale si devia in direzione di Leccio e si raggiunge Cancelli, fra boschi cedui ove si notano le caratteristiche formazioni geologiche dei "calanchi". A Cancelli, nella piazza a sinistra della strada, la chiesa di Santa Margherita, che ha nella parete interna sinistra resti di muratura romanica, contiene a destra un affresco cinquecentesco con la Crocifissione fra angeli e due membri di una confraternita incappucciati; a sinistra affresco frammentario della bottega di Paolo Schiavo con la Madonna e Bambino fra i santi Luigi re di Francia e Antonio abate (da confrontare con gli affreschi di Pian di Sco' e Fronzano). Dopo un tratto di campagna coltivata tradizionalmente segue sulla destra Sant'Agata in Acerfoli. Il culto di sant'Agata e il toponimo risalgono ai Goti. La chiesa romanica del XII secolo, nella cui facciata si notano testine consunte, ebbe il porticato antistante e la sistemazione neorinascimentale del presbiterio nel 1928, e fu poi restaurata negli anni Sessanta dall'architetto Morozzi. A destra dell'ingresso una porta con la data 1228 da' accesso al chiostro dei canonici, con piloni cilindrici angolari del Duecento e colonne intermedie in pietra serena rinascimentali. Alla parete sinistra sono addossate alcune lastre trecentesche decorate da croci. Nell'interno ad una navata, in cui i restauri hanno rimesso in luce ed integrato il parato lapideo del tardo XII secolo, a destra tomba Ardimanni, con lastre decorate da motivi araldici fra i quali il giglio fiorentino, che reca una controversa iscrizione gia' letta 1126, ma probabilmente trecentesca. Segue, entro arcosolio datato 1601, un affresco con Madonna e Bambino fra sant 'Antonio abate e san Giovanni Battista e donatore, in alto Annunciazione, datato 1455. A sinistra e' un pluteo altomedievale (46) (VIII-IX secolo), gia' forse parte della recinzione presbiterale, ornato da tralci stilizzati, fra i quali uccelli beccano l'uva (allusione alla vigna del Signore). Inoltre, entro arcosolio datato 1497, affresco con Madonna col Bambino fra santi e donatore, nella predella Pieta' fra san Sebastiano martirizzato e tentazioni di sant'Antonio, di Raffaellino del Garbo. Si notano le tracce dello stilo appuntito col quale il pittore ricalco' dal cartone sull'intonaco il disegno preparatorio. Nel sottarco e' un precoce esempio di grottesche, un genere decorativo che Filippino Lippi, Pinturicchio e lo stesso Raffaellino avevano appena riscoperto, traendolo dalle "grotte", cioe' dalle rovine romane sul Palatino, decorate con affreschi del cosiddetto quarto stile pompeiano. Nel coro del 1928, i cui pilastri sono pero' autenticamente quattrocenteschi, sono affreschi staccati, provenienti dalla facciata, con Storie di sant'Agata, di un mediocre pittore trequattrocentesco.

Volognano

Oltrepassato Bombone, si vede alla destra della strada la chiesetta romanica, restaurata, di San Piero alle Corti (rivolgersi al parroco del Bombone), e si raggiunge poi, dopo Torri, il paese di Volognano, il cui castello e' frutto di un ripristino ottocentesco. Vi abito' Alessandro D'Ancona, insigne dantista. Nella chiesa ottocentesca (1889) (aperta la domenica mattina. Altrimenti, come sopra), Madonna col Bambino, tavola di Lorenzo di Bicci, ammodernata verso il 1490; Madonna fra santi e Bambino (39), pala del 1515 di Mariotto Albertinelli; Madonna della cintola e santi (40), della bottega di Andrea del Sarto, variamente assegnata al Rosso Fiorentino o al Puligo.

San Donato in Fronzano, Pieve a Pitiana

Si prende la strada per Donnini, sul luogo del tracciato prima etrusco, poi romano e medievale.A destra la chiesa di San Donato in Fronzano, con facciata seicentesca, ha nel semplice interno a navata unica ampi resti del parato lapideo del XII secolo, oltre a vari frammenti di affreschi (una Madonna in trono della bottega di Paolo Badaloni, detto "Schiavo" per l'origine dalmata della sua famiglia, un Dio Padre cinquecentesco forse di Ridolfo del Ghirlandaio, lacerti di affreschi del Settecento, che un tempo decoravano tutto l'interno e quello della adiacente compagnia del Santissimo Sacramento.In basso sotto la strada si scorge una intatta chiesa romanica (non visitabile). Si giunge a Pieve a Pitiana (o meglio Pieve Pitiana), dal bel campanile dell'XI-XII secolo, con monofore e bifore. La pieve, la cui fondazione e' attribuita alla contessa Matilde, e' preceduta da un porticato, in cui si notino numerosi stemmi dell'ospedale di Santa Maria Nuova a Firenze, cui appartenne in seguito . L'interno, ridotto nell'Ottocento a una navata, e' sfuggito ai ripristini. Nei muri laterali sono ancora nascoste le colonne romaniche. Nella stanza accanto alla chiesa, ricavata dalla navata di sinistra, e' una Annunciazione di Francesco Curradi; nel transetto a sinistra una Vergine Assunta e a destra un' Ultima Cena, mediocri dipinti seicenteschi. Inoltre, nel braccio destro, un tabernacolo rinascimentale. Soprattutto si noti la tavola con l'Annunciazione (47) all'altare maggiore, di Ridolfo del Ghirlandaio, da confrontare con quella di Santa Trinita'. Un disegno in relazione col dipinto e' all'Albertina di Vienna. Piu' latamente confrontabili sono le Annunciazioni di Fra Bartolomeo e Mariotto Albertinelli a Volterra e di Fra Paolino a Vinci e San Casciano val di Pesa. Il paliotto dell'altare e' un rilievo romanico del XII o XIII secolo figurante San Pietro, il santo cui la chiesa e' intitolata.

Donnini

Dal paese di Donnini si piega a destra e, passando accanto alla bella villa Pitiana, dalla facciata ottocentesca (parti del XIV e XVI secolo si vedono sul retro e sul fianco sinistro), si sale fra i boschi, raggiungendo Tosi. Il paese, dedito all'industria dei mobili, si erge su un colle sopra la confluenza di due rami del Vicano. La chiesa di Sant'Andrea, con facciata neoromanica, e' gia' menzionata nell'XI secolo. All'interno tela anonima settecentesca, e fonte battesimale cinquecentesco. Al lato la seicentesca cappella del Santissimo Crocifisso.

Pian di Melosa

A Pian di Melosa, localita' residenziale fra le abetine subito sopra Tosi, una via Berenson ricorda i soggiorni dell'illustre critico d'arte. Si arriva davanti all'imponente facciata seicentesca dell'abbazia di Vallombrosa, preceduta da un bacino d'acqua che un tempo serviva da ghiacciaia. Verso il 1028 il fiorentino san Giovanni Gualberto, dopo essersi secondo la leggenda convertito davanti alla croce dipinta dell'altare maggiore di San Miniato a Firenze, avendo perdonato gli uccisori del fratello, si ritiro' in eremitaggio nei boschi di Vallombrosa, in una localita' che, a causa della disponibilita' d'acqua del torrente Vicano, fu detta "Acquabella". Vi trovo' due monaci di Badia a Settimo, Paolo e Guntelmo, i quali dimoravano presso il "Paradisino " . Il movimento religioso "vallombrosano" fa parte di quei tentativi di riforma dell'ordine benedettino e dell'intera Chiesa che presero le mosse attorno all'anno Mille in vari luoghi (Cluny, Camaldoli), anche con lo scopo di lottare contro le ingerenze del potere temporale (imperatore, nobilta') nella vita ecclesiastica. Percio' i Vallombrosani ottennero subito largo consenso popolare, ma ebbero anche da fronteggiare l'opposizione del clero " simoniaco " (che aveva cioe' comprato la carica dall'imperatore): a Badia a Settimo fu convocato un "giudizio di Dio" per risolvere il contenzioso fra i monaci e il vescovo simoniaco di Firenze Pietro Mezzabarba. La leggenda vuole che il vallombrosano san Pietro Igneo passasse illeso in mezzo al fuoco, dimostrando cosi' dalla parte di chi fosse il consenso divino. Della chiesa romanica rimangono scarsi resti rimessi in luce da restauri: la base del campanile e le mura esterne ornate da monofore dell'incrocio fra transetto e presbiterio, visibili dalla sacrestia. La planimetria della chiesa, con la caratteristica terminazione rettilinea del coro, risale pure all'impianto medievale, anche se l'aspetto attuale e' caratterizzato dalle sovrastrutture barocche. Si entra per un portale in un'area cinta da mura e tenuta a parco, in fondo alla quale si erge la facciata a cinque piani, iniziata nel 1610 e terminata verso il 1640, di Gherardo Silvani. Sulla porta d'ingresso e' un busto del granduca Pietro Leopoldo, con lapide che ricorda la sua visita del 1769 (probabilmente un'abile cattatio benevolentiae per evitare la soppressione dell'abbazia). Attraverso un vestibolo si entra in un cortile dove prospetta la porticata facciata della chiesa, del 1644, con ornamenti in pietra serena Ai lati di una statua dell'Assunta si vedono campeggiare gli stemmi dei Medici e di Vallombrosa (un bastone appuntito a forma di Tau, che serviva secondo una delle interpretazioni per piantare gli abeti: san Giovanni Gualberto e' stato proclamato patrono dei forestali per la tradizionale cura che i monaci hanno riservato alla foresta di Vallombrosa). In un tabernacolo settecentesco e' una Madonna col Bambino, terracotta della bottega del Ghiberti. Sotto il portico, a sinistra, San Giovanni Gualberto, statua di Giovan Battista Caccini, del 1580 circa. L'interno della chiesa presenta tre campate con tele ed affreschi settecenteschi e le volte affrescate nel 1750 da Giuseppe Antonio Fabbrini, del quale e' anche l'affresco della cupola sulla crociera, datato 1781. Fra le opere piu' interessanti: all'altare maggiore, Assunta del Volterrano; coro ligneo tardogotico quattrocentesco; in sacrestia: Madonna col Bambino tra san Giovanni Gualberto, la beata Umilta' e due donatori (49), anteriore al 1513 data di morte del committente Biagio Milanesi, terracotta invetriata di Andrea della Robbia; San Giovanni Gualberto e altri santi (50), tavola di Raffaellino del Garbo, del 1508; all'altare San Bernardo vescovo di Parma assalito dagli eretici di Giuseppe Sabatelli. Da qui proviene una pala del Perugino oggi all'Accademia. Tornati in chiesa, si notino: nel transetto destro Martirio di san Sebastiano di Sigismondo Coccapani; nel transetto sinistro Trinita', capola voro di Lorenzo Lippi (1664). Nella cappella di San Giovanni Gualberto, che si apre nel braccio destro del transetto a destra, il soffitto ha una bella decorazione a stucchi e affresco di Alessandro Gherardini (1695-1700). In questa cappella si conservano entro armadi varie reliquie, entro pregevoli reliquiari dei secoli XVI-XVIII. Nel monastero (visita guidata) si vede la cucina rinascimentale, con imponente camino esagonale in pietra serena; nel locale del lavabo, prima del refettorio, una ancona in terracotta invetriata di Santi Buglioni, con la Madonna e il Bambino fra i santi Jacopo Maggiore e Giovanni Gualberto (51), il refettorio settecentesco (1745) con tele del pittore di origine inglese Ignazio Hugford; la biblioteca, un tempo ricchissima ma spogliata dalle soppressioni, con una tavola intarsiata. Dall'abbazia si puo' fare una passeggiata attraverso i boschi di abeti, dal 1866 di proprieta' demaniale, salendo a sinistra dell'edificio conventuale lungo il corso del torrente Vicano. Si passa un ponte accanto ad una cappellina, vedendo a destra le suggestive cascate, e ascendendo ancora si raggiunge prima la cappella presso la grotta dove visse il beato Migliore, poi il "Paradisino", edificio oggi appartenente all'Istituto di Scienze Forestali della facolta' di agraria di Firenze, che vi tiene corsi estivi. In passato era un romitorio dei monaci, che conteneva una pala di Andrea del Sarto con cornice di Baccio d'Agnolo. Vi soggiorno' probabilmente nel 1638 il poeta inglese Milton come ricorda una lapide che forse qui si ispiro' per il suo poema Paradise Lost. Dalla terrazza del Paradisino si gode del panorama sull'abbazia e i boschi circostanti. Per una strada asfaltata si puo' riscendere sulla destra all'abbazia, passando accanto all'arboreto sperimentale delle guardie forestali (visite guidate organizzate dalla Pro Loco di Saltino). Tornando alI'abbazia si noti il torrione trecentesco che la sovrasta, costruito per ragioni difensive. Per strade asfaltate ma non adatte al traffico pesante si puo' percorrere la ricca ed intatta foresta di Vallombrosa, sia in direzione del monte Secchieta (m 1450) a destra dell'abbazia, dove si ha un incomparabile panorama tanto sul Valdarno quanto sul Casentino (da qui una strada sterrata lungo il crinale, con ampie vedute panoramiche, permette di raggiungere la Croce di Pratomagno), sia in direzione del passo della Consuma, dove l'ultimo tratto e' sterrato. Si prenda la strada per Saltino, localita' di soggiorno climatico (dove sono degne di nota alcune costruzioni alberghiere del tardo Ottocento e dei primi del nostro secolo, quando questo paese visse un momento di notorieta': c'era addirittura un trenino costruito da un ingegnere svizzero che collegava il fondovalle con Saltino). Dal Saltino si scende, avendo alcuni ampi panorami sul Valdarno (fra Rignano, Incisa e Figline) verso Reggello, luogo di aspetto moderno dove solo nella piazza centrale sono alcuni edifici di relativo interesse storico. Nella frazione di Pietrapiana in localita' Caselli e' una chiesa che conserva la muratura romanica.
       
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