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Da Figline a Cascia a San Giuliano
Data pubblicazione 04/08/2008 00:00:00
 

Cascia

Da Figline si prende la strada per Matassino e salendo lungo il corso del torrente Resco si raggiunge Cascia, con la piazza dominata dalla pieve romanica di San Pietro. La pieve di Cascia, citata nei documenti gia' nell'XI secolo, nel suo aspetto attuale e' databile alla seconda meta' del XII secolo, come si vede dal carattere regolare della muratura e dai capitelli (confrontabili, come gli altri delle chiese del Valdarno, con quelli delle pievi del vicino Casentino, dove nella pieve di Romena un capitello ha la data 1152). La tradizione locale per cui si attribuisce alla contessa Matilde la costruzione della pieve (per cui questa ed altre chiese sono dette "matildiche " ) non ha fondamento . Davanti alla chiesa si apre un arioso porticato, databile verso il 1200 per la foggia dei capitelli corinzieggianti (quelli di sinistra sono rifatti dai restauri). Il portico che si trovava presumibilmente davanti a molte pievi e' il solo ad essere rimasto nella sua forma originale. La parte alta della facciata e' ornata da lesene alternate a coppie di archetti pensili e in alto da una apertura a croce. L'interno e' a tre navate, senza transetto, con la navata centrale piu' alta delle laterali. Solo la navata centrale ha un'abside, le altre terminano con muro rettilineo. La copertura a capriate e' di restauro, sulla traccia dell'antica. Sui capitelli delle navate laterali si vedono resti di altri semicapitelli aggiunti in epoca successiva, sui quali si dovevano impiantare volte a crociera. L'inizio della zona presbiterale, qui come altrove, e' marcato da una coppia di pilastri a sezione quadrata, gli altri sostegni sono costituiti da colonne (con enthasis, cioe' rigonfiamento, piuttosto pronunciato). La chiesa romanica e' stata ripristinata dall'architetto Morozzi nei tardi anni Sessanta. Prima era rivestita internamente di affreschi settecenteschi. Si notino i capitelli, di cui uno solo nella navata destra e' figurato, con i membri di una famiglia in pellegrinaggio che, sui quattro lati del capitello, uno dopo l'altro sono trasportati da un cavallo. La chiesa conserva nella navata sinistra un affresco staccato attribuito un tempo a Paolo Schiavo, oggi a Mariotto di Cristofano, il cognato di Masaccio, figurante l'Annunciazione, opera quattrocentesca in cui si notano forti persistenze della tradizione gotica. L'opera principale conservata nella pieve e', in fondo alla navata sinistra, il Trittico di Masaccio (53) (proveniente dalla vicina chiesa di San Giovenale), datato 1422. Il dipinto, riscoperto agli inizi degli anni Sessanta da Luciano Berti e assegnato a Masaccio (1401-1428), il principale e primo pittore del Rinascimento fiorentino, nativo di San Giovanni Valdarno, e' ritenuto la prima opera di questo pittore. Al centro siede la Madonna col Bambino sul trono, ai lati i santi Bartolomeo, Biagio (patrono della parrocchia di Incisa che era stata unita a San Giovenale nel 1414), Giovenale e sant'Antonio abate. Il gruppo centrale, visto frontalmente, ricorda la Sant'Anna Metterza, degli Uffizi da Sant'Ambrogio, dipinta da Masaccio in collaborazione con Masolino verso il 1424, e la Madonna del polittico del Carmine di Pisa, del 1426, oggi a Londra, e come quelle dimostra di dipendere direttamente dall'illustre prototipo della Maesta' di Giotto, per Ognissanti, del 1310 circa, oggi agli Uffizi. Percio' il gruppo centrale piu' sicuramente manifesta l'autografia masaccesca. Invece nei pannelli laterali, specie in quello di sinistra, si vede una dolcezza e una grazia, un calligrafismo nei panneggi, che e' di origine "goticointernazionale" e segnatamente spagnola (Starnina "Maestro del Bambino Vispo"), ragion per cui queste parti sono da alcuni ritenute di altra mano, con pero' gia' una plasticita' delle figure, disposte scultoreamente nello spazio, ove l'oro acquista il ruolo di uno sfondo infinito davanti al quale emergono statuarie le figure, che rimanda di nuovo a Masaccio. L'opera ebbe degli echi nella pittura coeva: Arcangelo di Cola da Camerino, documentato a Firenze dal 1420, nella Madonna col Bambino e angeli di Bibbiena ne ripeteva la composizione centrale mentre negli scomparti di polittico conservati a Praga ripeteva i laterali del trittico di San Giovenale. Prima di uscire dalla chiesa si noti, nel corridoio a destra, che da' accesso alla sacrestia, una raccolta di lapidi e frammenti, fra cui e' particolarmente interessante un bassorilievo con due lupi che si voltano le spalle, assegnabile all'Alto Medioevo (VIII-IX secolo). A Cascia tornera' presto un dipinto di Santi di Tito.

Piandisco'

Poco dopo Cascia, Pian di Sco', ultima localita' della diocesi di Fiesole, dove ancor oggi e' il confine fra le province di Firenze e Arezzo. Vi si visita la pieve romanica di Santa Maria, di cui compaiono le absidi a destra della strada. La Pieve di Pian di Sco', restaurata prima dal Castellucci nel 1934 poi dal Morozzi dopo il 1966, presenta due parti distinte, nella muratura e nei livelli di coperture: quella di dietro ha piccole pietre disordinate e una struttura basilicale, con navata centrale rialzata (ma senza clerestory) rispetto alle laterali e tre absidi di cui quella di sinistra (dall'esterno) e' parzialmente nascosta dal campanile addossato (i restauri l'hanno in parte rimessa in luce). La parte davanti invece, costruita in grossi blocchi, regolari come quelli di Cascia, ha i fianchi ornati da archetti pensili su lesene e la facciata scandita da arcate cieche di tipo lucchese. La parte anteriore si presenta tutta sotto un unico tetto, con la facciata a capanna (tipologia detta "pseudobasilicale"), ma cio' e' frutto di un crollo nella porzione superiore, oppure della sua mancata costruzione, come si vede dal fatto che in alto sotto il tetto la muratura, non accurata, risulta frutto di un rimaneggiamento non originale. La parte piu' antica e' per il carattere della muratura en petit appareil quella posteriore, databile all'XI secolo, mentre l'anteriore, per confronti con Cascia, e' assegnabile alla fine del XII secolo. L'interno, ove i restauri hanno eliminato gli intonaci che nascondevano l'irregolarita' della muratura, frutto di diverse fasi costruttive, presenta la parte anteriore del XII secolo sostenuta da colonne, la posteriore dell'XI con pilastri a sezione quadrata, caratteristici della prima arte romanica. Si notino i fantasiosi capitelli, simili in particolar modo a quelli di Montemignaio in Casentino. Il primo capitello della navata sinistra, figurato, presenta figure di contadini che portano i frutti del raccolto in simbolico omaggio alla chiesa. Sulla parete sinistra affresco attribuito a Paolo Schiavo, dove si noti la curiosa carpenteria del trono della Madonna.

Castalfranco di Sopra

Si prosegue sulla via dei Setteponti in direzione di Castelfranco di Sopra, avendo belle vedute verso la piana (sotto la strada la villa del Palagio). Prima di entrare in Castelfranco, sulla destra e' la Vallombrosana Badia di San Salvatore a Soffena, menzionata in un documento del 1014 ma ricostruita quasi integralmente nel 1394, al tempo del priore Giovanni, ma sul perimetro della chiesa romanica, di cui ripete le forme tradizionali per la congregazione vallombrosana (croce latina con coro a terminazione rettilinea). Anche questa chiesa fu restaurata dall'architetto Morozzi che l'ha scoperta e salvata dal degrado e che ha tolto l'intonaco dai muri laterali, conferendo loro un'apparenza di rustica arcaicita'. Della pertinenza all'arte "gotica" testimoniano pero' le finestre archiacute e la facciata. L'interno di solenne aspetto e' diviso in campate da arconi trasversi e voltato con volte a crociera di sagoma cupoliforme, rifatte largamente dai restauri. Vi sono stati scoperti numerosi affreschi della prima meta' del Quattrocento: Storie di san Giovanni Gualberto, di Bicci di Lorenzo, Madonna col Bambino fra santi, finta pala con cornice e predella, di Paolo Schiavo; Annunciazione, (55) del "Maestro del Cassone Adimari"; Madonna col Bambino in trono fra san Lazzaro e Michele arcangelo, di Mariotto di Cristofano; Strage degli Innocenti, di Liberato da Rieti, affresco di straordinaria drammaticita' espressiva, che esula del tutto dai caratteri della scuola fiorentina, presenti nelle altre opere del ciclo; e altri affreschi fra cui una Madonna della Misericordia con due santi e in alto Annunciazione la cui composizione centrale e' ripetuta in una tavola di Neri di Bicci nel Museo di Arezzo. Gli affreschi sono interessanti perche' danno un'idea completa delle tendenze figurative presenti nel Valdarno nella prima meta' del Quattrocento: non tutti sono di buona qualita'; molti rispecchiano una cultura attardata sui modelli tardotrecenteschi di Agnolo Gaddi, Giovanni del Biondo, Spinello Aretino. L'eco di Lorenzo Monaco prima, di Masaccio poi, vi appare interpretato con molte riserve e solo per aspetti parziali. Nei locali del restaurato convento, del quale si ammira un bel chiostro quattrocentesco, si conservano, oltre alla documentazione fotografica sui restauri, le preziose sinopie degli affreschi. Il paese di Castelfranco di Sopra, cosi' chiamato per distinguerlo da Castelfranco di Sotto, nel Valdarno inferiore (il nome Castelfranco si riferisce al fatto che gli abitanti erano affrancati dai vincoli feudali) fu fondato dai Fiorentini, forse su progetto di Arnolfo di Cambio, insieme a San Giovanni, nel 1299 per controllare la zona infestata dalle nemiche casate ghibelline del Valdarno. Il paese, che conserva alcune delle porte e torri, ha forma esattamente circolare, attraversata, come un castrum romano, da due strade principali che si incrociano nella piazza centrale. Anche le altre strade sono disposte secondo un impianto a scacchiera.

San Giustino

Si prosegue per la strada dei Setteponti, in un paesaggio caratterizzato da fenomeni d'erosione tipici della geologia valdarnese. Sulla sinistra si vede il santuario della Madonna delle Grazie di Montemarciano, costruito nel 1532 attorno ad un'immagine della Madonna del Quattrocento ritenuta miracolosa, che si trovava in un'edicola lungo la via (come il santuario del Ponterosso a Figline, di Santa Maria delle Grazie a San Giovanni e del Giglio a Montevarchi). La chiesa e' circondata su tre lati da un nobile porticato dei primi del Seicento. Nell'interno a una navata si trova all'altare maggiore l'affresco della Madonna col Bambino e santi (56) gia' ritenuto di Masaccio e oggi attribuito a Francesco d'Antonio; inoltre vari dipinti cinque-seicenteschi. La strada che inizia di fronte al santuario conduce fra oliveti al paese di Montemarciano, sorto entro le rovine di un castello, distrutto dai Fiorentini nel 1288, di cui resta la monumentale porta d'accesso. Vi si trova la trecentesca chiesetta di Santa Lucia con architrave originario. Di fronte un artistico pozzo con ornamenti in ferro battuto (XVIII secolo). Tornati sulla strada principale si raggiunge Loro Ciuffenna (toponimo etrusco), in pittoresca posizione abbarbicata sulla roccia, presso il profondissimo torrente Ciuffenna, attraversato da un ponte moderno e, poco piu' a valle da un ponte medioevale "a schiena d'asino", per il quale passava la via dei Setteponti. Prima di entrare nel centro si devii a sinistra, passando accanto a un porticato, e poi a destra, e si salga alla piazzetta delI'arcipretale di Santa Maria Assunta. Questa ha un arcaizzante architrave del XIV secolo con un Agnus Dei e una curiosa iscrizione (data: 1333). Nell'interno dipinti di Carlo Portelli, pittore vicino al Vasari e a Bronzino, nativo di Loro. Seguendo la strada per San Giustino si esce da Loro, passando davanti al santuario tardocinquccentesco di Nostra Signora dell'Umilta', sorto attorno ad un affresco trecentesco della Madonna col Bambino e, voltando di nuovo a sinistra si raggiunge il minuscolo paese di Gropina (toponimo che in etrusco vuol dire villaggio: Krupina) con la celebre pieve romanica di San Pietro. La chiesa, citata gia' nel 787 in una donazione (pero' probabilmente falsa) di Carlo Magno all'abbazia di Nonantola, alla quale appartenne fino al 1191, e' nel suo aspetto attuale frutto di una integrale ricostruzione della meta' del XII secolo circa. Dopo il suo periodo di splendore, fu concessa nel 1489 in beneficio al Poliziano e nel 1522 da papa Leone X (del quale e' lo stemma mediceo in facciata) allo spedale fiorentino di Santa Maria Nuova. Fu rimaneggiata nel 1879, data che si legge sullo stesso stemma, e restaurata nel nostro secolo. La chiesa a struttura basilicale ha i capitelli piu' ricchi fra le pievi del Valdarno. Quelli della parte destra, tolto il primo che si deve a uno scultore particolarmente arcaizzante ma estremamente efficace, sono di una maestranza locale valdarnese e presentano strette affinita' con i capitelli di Cascia, Gaville, Pian di Sco', San Giustino, nonche' con quelli del Casentino (Romena, Montemignaio, San Martino in Vado, Stia). I capitelli della parte sinistra sono invece di una maestranza diversa, che appare piu' moderna, nella sciolta e movimentata plasticita' del fogliame e nell'attingere al repertorio romanico piu' aggiornato (foglie arricciate "a' crochet", maschere fogliate, i cosiddetti "green men"). Questa maestranza, che anche nelle poche figure umane (un capitello con la Maiestas Domini, uno con Sansone e il leone, un altro con un santo diacono) mostra una padronanza espressiva e tecnica ben piu' avanzata dell'altra, e' stata collegata ai cosiddetti "Campionesi" che hanno lavorato alla cattedrale di Modena, e la loro ipotizzata presenza e' stata spiegata per il legame di Gropina con Nonantola, ipotesi oggi difficilmente condivisibile. Vedo comunque affinita' piu' strette con i capitelli, uno dei quali raffigurante San Pietro e San Paolo e il telamone, di San Paolo a Ripa d'Arno a Pisa, altrettanto isolati nella scultura di quella citta'. L'abside all'interno presenta un doppio ordine di arcate cieche su colonnine dai graziosi capitelli, con i consueti tubicini angolari. Piccoli oculi, dalle strombature eccezionalmente profonde, indirizzano la luce dell'alba all'altare. L'effetto dell'abside, se vista da lontano, e' quello di uno pseudodeambulatorio, come se cioe' esistesse una galleria percorribile attorno all'altare (il che effettivamente accade in chiese di pellegrinaggio francesi ed italiane, come Sant'Antimo). Il pulpito a destra e' sorretto da due colonne intrecciate, ricavate da un solo blocco, con un doppio capitello ornato da oranti con le braccia alzate. Sopra, al centro, i simboli degli evangelisti Marco (leone), Matteo (angelo), Giovanni (aquila). Come nel pulpito di San Miniato a Firenze manca il toro di Luca. Nella cassa dell'ambone si notino a sinistra una sirena bicaudata, simbolo della lussuria e del pericolo di essere sedotti dalle prediche eretiche (Ulisse si tappo' le orecchie per non udire il canto delle sirene); e un uomo cui due serpenti mordono le orecchie, di uguale significato: anche dal pulpito possono venire insegnamenti dubbi, per cui si invitano alla prudenza i fedeli. Inoltre c'e' un cherubino. Alla base dell'ambone un frammento altomedioevale reimpiegato. Sotto l'attuale chiesa esistono gli scavi di due edifici precedenti raggiungibili per una scala a destra. Si vede una fondazione di una prima chiesa a navata unica absidata, assegnata ad epoca paleocristiana ma senza particolare fondamento (che qui sorgesse un tempio etrusco non e' attestato da alcun resto). Una seconda, posteriore, chiesa, della quale rimangono due navate absidate separate da piloni cilindrici, assegnata all'VIII secolo, si sovrappone alla prima ed e' a sua volta tagliata a destra dall'attuale. Si notino le rise-ghe di fondazione delle absidi, che indicano il livello pavimentale, ed alcune tombe di epoca longobarda, delle quali e' esposto anche un coperchio, ornato dalla caratteristica croce patentata, detta appunto "longobarda". Ultimata la visita della chiesa, se ne veda il fianco sinistro e la bella abside, con una galleria di archetti sotto il tetto le cui due colonnette centrali sono annodate come quelle dell'ambone. Il prototipo da cui deriva e' l'abside della pieve di Arezzo, a sua volta in rapporto con absidi ornate di gallerie a Pisa e Lucca. Molto simile e' l'abside, piu' ricca, della pieve di Romena. Da Gropina, tornati sulla strada dei Sette-ponti, si puo' proseguire fra boschi fino a San Giustino, dove nella piazza e' la pieve romanica, molto rimaneggiata e internamente in parte ripristinata, che conserva colonne e capitelli della solita maestranza del XII secolo. Nella vicina Campogialli e' una chiesa che contiene un ciclo di affreschi trecenteschi. Da Loro Ciuffenna si scende a Terranuova Bracciolini passando sotto al borgo medioevale di Penna alta e poi accanto a Pernina (toponimo longobardo), dove e' un bel santuario del Cinquecento con altari settecenteschi ornati da fini stucchi "rococo'".
       
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